La critica

Luglio 1999
Catalogo di Carlo Sirolla
Introduzione di Paola Azzolini

Lo scultore Carlo Sirolla nasce "figlio d'arte": alle sue spalle una genealogia di decoratori, il padre soprattutto, ma anche il nonno e su per li rami, una stirpe geniale e irrequieta che lavora inventando tecniche e forme. La madre pratica un'arte diversa, il canto, e influisce a creare intorno a lui una serie di suggestioni che orientano e consolidano la sua sensibilità. Tuttavia la scoperta della scultura per questa personalità complessa e abbastanza imprevedibile, è almeno in parte, causale. Dopo essere stato pubblicitario, disegnatore di cartoons, anche imbianchino, si trova un giorno in mano un pezzo di legno cirmolo e scolpisce le prime figure. Poi tenta piccole fusioni in bronzo e modellini in creta. Sono anni di formazione, in cui si interessa del lavoro dei maestri veronesi, Bodoni e Pachera soprattutto, ma come lui dice, un po' lontano, anche se la traccia che rimane è persistente, in particolare a livello di tecniche di lavoro. E la scultura, soprattutto la scultura che rielabora e reinvesta, come la creazione di Sirolla, le linee portanti della grande tradizione del passato, è tutt'ora la produzione artistica, in cui tecnica e lavoro di invenzione sono più strettamente legate.
Un'altra tappa importante alla scoperta della propria vocazione sono le sculture in polistirolo per una ditta che costruisce scenografie. Siamo nel 1991, ancora sotto l'influsso della pop-art e dell'iperealismo, a cui Carlo Sirolla cede con "verve" e un filo di ironia, creando giganteschi elefanti, cavalli e statue che copiano modelli classici in un materiale fragile e illusionistico. Appena due anni prima, nel 1989, in una piccola mostra alla Galleria Pentagona di Verona, espone vari manufatti, in cui sono già presenti temi e stili destinati a caratterizzare la sua produzione: si apre così la vera stagione della sua scultura. Nelle formelle di bronzo la vena giocosa e realistica si appanna in una invenzione oscurata dalle nubi minacciose dell'incubo. Nella serie "I mali del secolo" il vento atomico scompiglia i rami del bosco divenuti i tentacoli misteriosi di un polipo gigante; "L'Inferno" si colora di riflessi sanguigni, mentre il fuoco avvolge di lingue fiammeggianti il galoppo dei funesti cavalli dell'Apocalisse.
Ma è soprattutto in "AIDS" e "Chernobyl" che la invenzione orchestrata sulle sventure del mondo contemporaneo, resuscita gli echi della figura umana appresa nella sua armoniosa bellezza sugli esempi classici. Solo che l'artista moderno corrode e insidia, con le onde di bronzo che avvolgono corpi già integri, la bellezza antica delle forme, segnandole con il presagio della fine. Così "Chernobyl" rizza su un tormentato palo totemico un volto in due metà, una segnata dalla lebbra atomica e l'altra già scheletro, evocando forse certe cere dei musei scientifici del settecento, capaci di suscitare un orrore irreale pur nella precisione anatomica della descrizione. In questo periodo si fanno più evidenti e costanti anche i procedimenti inventivi. Sempre la scultura di Carlo Sirolla nasce dal disegno che non è progetto, ma opera in sè computa, con una sua autonomia. Il disegno passa poi alla forma tridimensionale per un processo rapido e intuitivo, di cui l'occhio soltanto dell'artista sembra essere il protagonista, sicchè lo sviluppo della bidimensionalità del segno nella volumetria delle statue ha quasi del misterioso. Di fatto i passaggi da una fase all'altra non sono che una libera ascensione inventiva.
L'ultima stagione, forse la più feconda, si organizza intorno a un tema ricorrente, carico di simboli: il corpo femminile, sentito come origine, universo impenetrabile e misterioso che la fantasia modella e insieme tende a distruggere in un rapporto singolare di odio-amore. Nei bronzetti, "Colga, Eva, Il sospetto, L'attesa ecc", la ventata surrealista, rielaborata sulla scia di quella poetica dei simboli e quindi dell'ambiguità che il movimento aveva messo in voga e che non è più tramontata nell'arte moderna, annulla i volti e le teste in fantastiche forme appuntite, dove i lineamenti sono assenti, in netto contrasto con la morbidezza flessuosa dei corpi perfetti. Sempre il corpo femminile si confonde, si abbarbica ad altre forme, mani, volti, albero, in fantastiche metamorfosi oniriche.
Impossibile non avvertire l'eco di alcune "invenzioni" del surrealismo. Ma la distanza, tra l'altro, è segnata dall'assenza in Sirolla della ventata iconoclasta, dell'ironia reazionaria e sovversiva. L'originalità del nuovo artista scava la sua tonalità nel sogno o nell'incubo e le dà corpo in misteriosi connubi metamorfici.
Gli ultimi lavori seguono ancora la traccia onirica e talvolta visionaria, ma con precise concessioni alla resa plastica e classicheggiante delle forme. Si veda per esempio Il domatore: il corpo modellato in faticosi equilibrismi dinamici che evocano non l'armonia, ma l'ombra di tensioni dolorose, vagamente espressioniste.
Sempre però, anche in queste opere, insiste la tentazione della metamorfosi (La Vela). In Eva a cavallo, invece, gli inserti metallici nel corpo dell'animale e della creatura che lo guida richiamano il congegno, il meccanismo a cui si riduce l'umano nella nella metafisica dechirichiana. Infine mito e gusto decorativo si fondono ne Il Vento, suggerendo nuove possibili prospettive alla ricerca dell'artista, sempre teso al gioco della composizione e della dissoluzione delle forme del reale.

Torna indietro

ATELIER Via S. Martino, 40 - Castel d'Azzano 37020 - Verona
Tel. 045.852.19.28 - Cell. 335.82.96.650 - P.IVA 02476610239